Secondo Feldman (2000) è possibile considerare come fattori protettivi per il caregiver la presenza di un nucleo familiare in grado di fornire aiuto sia sul piano pratico sia nella condivisione di responsabilità e di emozioni, una buona conoscenza della malattia e delle modalità di più efficaci di gestione delle problematiche ad essa connesse, un’efficace capacità di problem solving e il possesso di buone strategie di coping. Gli stili con cui i diversi caregiver fronteggiano lo stress dell’assistenza sono molto differenti, ma tra questi si possono individuare alcuni punti fermi (Heron, 1998): – l’importanza della piena consapevolezza dei problemi da affrontare e delle risorse personali di cui si dispone per potervi far fronte in maniera efficace; – l’importanza di contare anche su un adeguato supporto esterno in grado di fornire aiuto concreto e sostegno psicologico. Da qui emerge la necessità di poter fare riferimento a strutture in grado di poter divenire punti di riferimento a cui fare affidamento. La programmazione all’interno delle strutture pubbliche (UVA, reparti di geriatria e neurologia, Residenze Sanitarie Assistite, Centri Diurni) o private (Associazioni, Case di riposo, Centri Diurni) di interventi volti a supportare i caregiver costituisce ad oggi, quindi, una importante priorità. Occorre programmare attività di sostegno e/o di consulenza psico-educativa finalizzata ad individuare, valutare e modificare situazioni di disagio e sentimenti di emarginazione, espressi a livello individuale o familiare, attraverso il recupero delle risorse personali e familiari, spesso latenti, e attraverso la responsabilizzazione e la partecipazione dell’utenza stessa ad interventi integrati del servizio territoriale. Molte volte questo tipo di lavoro risulta essere “nascosto”, e si concretizza attraverso colloqui, visite domiciliari, supporto nella gestione delle numerose pratiche burocratiche da compilare.
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